domenica 27 gennaio 2013

"Anziana Signora" di Edoardo Massimo Del Mastro

Le ansie che precedono un volo sono sempre le stesse: ho messo tutto nella borsa? Peserà troppo il mio bagaglio? Se arrivo troppo tardi e mi chiudono il gate d'imbarco in faccia?
Forse perché mi sono già scottato con queste fiamme.
Procede tutto per il verso giusto, cominci a sentire la mancanza delle persone a te care.
In questo momento sento terribilmente la mancanza di mio figlio, vorrei abbracciarlo forte. "Sono solo due giorni". Continuo a ripetermelo nella mente; "Domani sera sarai di nuovo su questo aereo per tornare a casa".
Dovevo fare questo viaggio, dovevo vivere anche quest'esperienza.
Dovevo dare modo alla mia vita, a me stesso, di non rinunciare ai miei sogni, di seguire quel bagliore ancora distante da me che però continua a brillare. Io lo vedo e fa una luce accecante. Non voglio rinunciare al mio sogno, al lavoro che potrebbe segnare una svolta nella mia vita. Anche se tutto questo mi porterà a rinunciare a molte cose, voglio credere ad un futuro migliore. "Il primo passo per realizzare un sogno e crederci. Il secondo è continuare a crederci finché non lo vedrai realizzato".
L'aereo svolta leggermente a destra. Il panorama è fantastico come sempre, anzi in questo periodo lo è di piu. Paesaggi innevati, il tramonto che viene fuori timido, con i suoi caldi colori. Una coppia francese al mio fianco dorme paciosamente. Lei si è addormentata con un libro turistico di Roma in mano, lui continua a respirare in modo decisamente fastidioso, tirando sul col naso un raffreddore coltivato nella mia città.
Mi piace osservare le persone che mi circondano in aereo. Mi chiedo perché sono in viaggio, se per lavoro, per piacere, per andare a trovare un amico, un parente...
Un anziana signora ha colpito la mia attenzione in particolare. Non parla italiano e tiene stretto in mano da quando l'ho vista, nella coda per il check-in, il suo foglio d'imbarco e la patente. Avrà intorno ai 65, forse 70 anni. Si guarda intorno come un bambino, come se fosse la prima volta che viaggia in aereo. La sua incolumità mi trasmette molta tenerezza, ha lo sguardo triste, non voglio pensare a quale sia il motivo del suo viaggio perché mi verrebbero in mente solo cose negative. Voglio invece pensare che sta andando a trovare suo figlio, trasferitosi da anni nella capitale francese, che magari ha avuto una bellissima bambina dall'amore della sua vita incontrata per caso in una caffetteria di Montmatre. Ecco, così va decisamente meglio.
La mia concentrazione viene interrotta dall'avviso dalla cabina di mettere la cintura di sicurezza. Stiamo per atterrare all'aeroporto di Parigi-Beauvais.

Buon viaggio anziana e tenera Signora.

venerdì 25 gennaio 2013

"LOND-ON" di Arianna Bureca


Spegni la noia, abbandona gli agganci, lascia in disparte il pessimismo, chiudi nel cassetto la timidezza.
Accendi il cervello, prendi in mano la tua vita, crea legami, abbraccia il nuovo e fa in modo che la speranza muoia per ultima.
Londra e’ cosi. Non dorme. Non si riposa. Ma soprattutto, ti da la possibilita di essere chi vuoi quando vuoi.
No matter where you live, no mattere what you wear, no matter who you are. Presentati come nuovo. Sempre.

Camicia Bianca cucita ieri sera, giacca beige, stivali bassi abbinati.
Saro’ adeguata al colloquio? Boh, non so. Andiamo.
Indosso il mio sorriso migliore e esco.
Fa freddo, come sempre.
Entro in bus e inizio a rivedere le possibili risposte alle possibili domande. Tutto un gioco di possibilita’. Da cogliere al volo.
Entro in ufficio. Cavolo, potrebbe essere l’ufficio dove lavorero’ in futuro. Piante curate, ragazzi in giacca e cravatta, odore piacevole.
Tengo il tempo della musica in sottofondo e salgo al terzo piano.
Reception. Hi, I’m Arianna, I have an interview with..
Ok.
Ci siamo.
Ancora una volta.
Sorrido, serena, entro.
E’ incredibile la capacita che ha l’uomo di dare il meglio di se’ nelle situazioni che lo richiedono. Come e’ incredibile la capacita che Londra ha di farti sentire capace di poter arrivare ovunque. Voglia di re-inventarsi.
Bene.
Rimarranno 8 su 50 di noi. Lo sapro oggi alle 4. In caso di risposta positiva, lunedi ci sara la seconda prova in cui rimarranno solo 5. Cinque ragazzi fortunati.
O forse no.
Cinque ragazzi validi, intelligenti, che sono disposti a mettere in gioco tutto pur di inseguire un sogno. In linea teorica gia’ mi sento tra loro. In linea teorica.
Esco, mi copro, corro a pranzo con un amico.

15.59. Inizio a prendere il telefono in mano.
Vi ricordate quel ragazzo che vi piaceva tanto? Ricordate come aspettavate che vi chiamasse guardando continuamente il telefono? Bene. Ora moltiplicatelo per 10. L’attesa e’ snervante. I minuti sono ore. Ogni battito della lancetta e’ un battito del cuore.
Continuo a girare per negozi.

16.30 e 10% di batteria. Odio il mio essere ottimista. Odio essere convinta del fatto che mi chiameranno, del fatto che a breve questo telefono squillera’. Londra mia, perche mi riempi di ottimismo, perche mi riempi di speranze, mi fai sentire forte e poi mi butti giu? Beh, forse anche questo e’ necessario. Prendere le porte in faccia. La prossima volta andra’ meglio Arianna. Ripetilo, ripetiti che andra’ meglio.

16.45. Ring ring.
Vi ricordate quell messaggio che rompeva l’attesa della chiamata? Vi ricordate quella vostra amica che vi scriveva per sapere se il vostro lui vi aveva chiamato? Bene. In questo caso a rompere il ghiaccio e l’attesa e’ stata una signorina addetta ai sondaggi. Una signorina che credo ricordero e malediro’ per il resto dell’anno.

17.11. 5% di batteria.
Le speranze si stanno spegnendo, per ultime insieme al mio telefono. Decido in questi ultimi 15 minuti di batteria di sentire la musica mentre mi provo un paio di scarpe decisamente belle. Noi donne siamo fatte cosi, per alleviare un dolore ci affidiamo allo shopping. Funziona sempre.
Tacco nero, largo, camoscio. Belle, sono mie. Vado a pagare e esco dal negozio canticchiando ‘The drugs don’t work’.
Le droghe non funzioneranno pure, ma il mio telefono ancora si.
Squilla.
Sono loro.
Congratulations, see you on Monday.
Non ci credo.
Rimango immobile, in mezzo alla strada, sorrido.
Si spegne il telefono, si spegne la musica, ma le mie speranze quelle no. Erano rimaste accese, ON. E sono state premiate.
Incredula. Londra, non ti smentisci mai.
Sei una grande maestra di vita.
Mi hai insegnato che questo e’ il momento di Prendere, e Pretendere. Se non dagli altri almeno da se’ stessi.
Mi hai insegnato ad essere impegnata e non impegnativa. Articolata e non complicata. Incasinata e non impacciata.
Mi hai insegnato che bisogna credere in se stessi per andare Avanti, che bisogna lottare per ci’o che si vuole, che bisogna mettersi in gioco per riuscire.
Mi hai insegnato che noi siamo molto piu precari dei nostri contratti di lavoro.
Sei cosi.
Sei capace di regalare sogni a chi ti vive, affinche’ non ne rimanga mai a corto. Sei capace di formare caratteri. E come dice Eraclito il carattere di un uomo e’ il suo destino.
Io credo in te.
E tu mi dai modo di credere fermamente in me oltre che nell'efficacia terapeutica degli amici, del sesso, del mare, del vento, del sole, dello shopping. Ah, per chi si chiedesse che fine avessero fatto le scarpe della delusione, le sto indossando ora. Per andare a festeggiare.

Yes you can,
Yes we can,
Yes week-end,

Come-ON.

(ndr- Testo di Arianna Bureca, visitate anche il suo blog: http://ariannabureca.blogspot.co.uk/)

mercoledì 23 gennaio 2013

"Tube Love" di Arianna Bureca


Le cose si rompono in continuazione. Bicchieri, piatti, unghie, promesse, cuori, coglioni. Questa volta si e’ rotta la metro. Per fortuna.Sguardi fugaci, veloci, vite che si incontrano e si scontrano in un battito di ciglia. In un battito di cuore. Tra una metro e l’altra, un binario e quello successivo, un posto a sedere a quello a fianco. Quante volte guardando il ragazzo o la ragazza davanti a te l’hai trovato attraente in maniera imbarazzante. Quante volte hai cercato lo sguardo del tuo vicino in bus, in aereo, in treno. Quante volte hai incrociato sguardi belli, tristi, coinvolgenti, pieni di vita o semplicemente stanchi. Quante volte avresti voluto trascinare quello sguardo fino a casa, perderlo di vista mentre gli occhi si chiudevano abbracciati dalle palpebre, per poi rivederlo sotto un’ottica tutta diversa, sotto un’altra luce. Magari quella della mattina dopo.Questa volta ho deciso di sostenerlo, quello sguardo. Non ho lasciato che le cose perdessero di colore in balia della velocita’ della vita londinese. Perche’ nulla avviene totalmente per caso, o almeno credo. Quindi quando ho visto un bel ragazzo, dagli occhi marroni, che si avviava verso la terza carrozza del treno, ho deciso di seguirlo. I nostri sguardi si sono incrociati, non ho girato la testa, neanche una volta. Mi sono detta: vediamo che succede se per una volta tengo il gioco, vediamo che succede se per oggi lascio fare al caso. E’ successo che ho un numero in piu’ sulla rubrica del telefono e un appuntamento in settimana a cena.Ma non con lui. Le cose non vanno mai come ti aspetti, ed e’ incredibile come sia romanticamente imprevedibile la vita. Quando sono entrata nella carrozza del ragazzo, ho visto che non c’erano posti a sedere e quindi mi sono spostata in quella precedente. Sicura di aver perso la mia possibilita' di rimorchio della giornata, mi metto a leggere un fascicolo di lavoro. Eppure, c’era qualcosa che mi distraeva. Sentivo gli occhi puntati, ma non capivo da dove venisse lo sguardo che cercavo. Poi alzo lo testa, e tra la gente c’era una donna incinta che mi guardava. Le ho ceduto il posto. E ho continuato a leggere serenamente in piedi il mio fascicolo.Ma nulla, c’era ancora qualcosa che mi distraeva. La metro era piena, e non riuscivo a capire da chi mi sentissi osservata. Finche’ abbassando lo sguardo sul fascicolo lo vedo. E’ lui. Un ragazzo biondo, con il North Face nero e i jeans chiari. Mi guardava e sorrideva. Ed e’ stato in quel momento, quando ormai non pensavo più all’incrocio di sguardi da film, che si e’ alzato il signore seduto vicino a lui e il ragazzo ha fatto segno di sedermi al suo posto. 
Non c’e’ bisogno di raccontare il resto. Le cose hanno un proprio corso che non si puo’ governare. Ma non smettero’ mai di raccontare quanto sia bello continuare a stupirsi di se’, della vita, del caso. Ammesso che questo esista.In fin dei conti, quindi, oltre ad essersi rotta la metro che mi ha permesso di prendere il treno successivo, quest’oggi si e’ rotta anche un’altra cosa. La mia attesa. 


(ndr - Testo di Arianna Bureca dalla sua Rubrica Londinese)

lunedì 21 gennaio 2013

"PortugaI-Love-You-Twice." di Lea Joan Bass


La decisione di andare a surfare le onde portoghesi nacque per disperazione. Era in progetto un Bali, in Indonesia.
SOLD OUT. Ad oggi mi sento di dire “Overbooking sempre sia lodato”!
Mia mamma mi ha sempre detto “Niente viene per niente”, e così è stato. 

Avendo prenotato il tutto in fretta e furia decidemmo di appoggiarci ad un surfcamp presso una tra le prime 5 riserve naturali al mondo per il surf: Praia de Ribeira D’Ilhas, a pochi passi da Ericeira.

Il surfcamp di Ribeira era fantastico, aveva tutto, tanti bungalow, tende, amache, ristorante, bar, negozio, e uno spazio verde gigante dove ospitava ogni notte concerti e feste, credetemi una meraviglia.
Tornai a casa malvolentieri, ero stata veramente bene, avevo surfato onde tonde e lunghe, ma il freddo in acqua e fuori era qualcosa di incredibilmente inaspettato.

Decisi di ritornare, e questa volta fu quella definitiva, al punto di spingermi a cercare una casa e a pensare seriamente se salire sull’aereo di ritorno.

Dieci ore prima del mio volo, scoprii che il camp di Ribeira era stato demolito. Il panico, credetemi il panico e la morte nel cuore!
Chiamai telefonicamente Tiago, il quale mi disse di non preoccuparmi e che mi avrebbe spiegato appena arrivati ad Ericeira.

“You have to pay if you destroy”. Lessi questo scritto su un muro adiacente al camp. Ingiusto, ciò che avevano fatto era ingiusto. Non sto a spiegarvi, ma sappiate che il lavoro di anni che ha fruttato molto a tutti, proprietari, gestori e ospiti è andato in fumo per colpa di alcune leggi fatte proprio a ca**o! Il dispiacere e la rabbia non è descrivibile.

Alloggiammo all’Ericeira Hostel, una surfhouse veramente fantastica! Ho passato li veramente con gioia quei giorni. Ci trovavamo nel pieno centro di Ericeira, a pochi passi da locali e ristoranti. Nella sfortuna e nell’ingiustizia che ha toccato il surfcamp di Ribeira D’Ilhas ci siamo ritrovati in un posto favoloso, e siamo stati accolti con lo spirito che contraddistingue quella gente, mi sentivo a casa.

Il colpo di fulmine avvenne il terzo giorno. Una vera e propria magia.

Ero in acqua, marea bassa, oceano ritirato di oltre 200 metri, una camminata sulle lastre di roccia che qualche ora prima caratterizzavano il fondale e via, pancia sulla tavola e una remata senza affanno su un’acqua calma al punto da sembrare olio.
Mi chiedevo se qualche onda sarebbe arrivata. Si lasciano desiderare, ma quando arrivano sono impeccabili.
Attendere le onde è la parte più bella per quella che è la mia concezione del surf.
Silenzio, quasi assordante come quello delle montagne, leggero rumore dell’acqua che sbatte sulla tavola, una leggera brezza, un oceano calmo tutto intorno, con un sole rosso che si accingeva a calarsi in acqua, uno schermo tridimensionale che racchiudeva il film più bello mai visto.
Spensieratezza, libertà, mi sentivo pulita da ogni dispiacere che contaminava la mia mente. Mi girai per guardare la spiaggia, e senza vergogna ammetto di aver avuto le lacrime agli occhi da un’emozione fortissima che mi suscitò quel panorama così suggestivo. Tutta la montagna che colava a picco sul mare era illuminata dalla luce arancione del sole, che faceva scintillare lo strato di alghe verde smeraldo del fondale scoperto grazie alla marea. La sabbia giallo ocra, un mare liscissimo in cui potevo specchiarmi e lei, che avanzava alle mie spalle, un’onda così liscia che sembrava essere di velluto, che mi ha accompagnato con dolcezza fino alla riva, facendomi salire e scendere sulla sua parete, accarezzarne la cresta e farmi sentirmi la persona più felice al mondo.

Quando penso a questo viaggio mi vengono in mente 5 aggettivi: amore, amicizia, passione, coraggio e umiltà
Amore, nei confronti di una persona che non dimenticherò mai.
Amicizia, un legame profondo con molte persone, tra cui una ragazza turca con la quale stiamo programmando un viaggio in Marocco a caccia di onde, naturalmente.
Passione, quella che ha fatto si che il surf fosse la mia filosofia di vita.
Coraggio e umiltà, quelli che devi sempre dimostrare quando sei a cospetto della natura in una delle sue forme più meravigliose. Pochi mesi prima avevo perso una persona molto importante a causa della sua sfida incosciente lanciata all’oceano, e ammetto che la voglia di entrare in acqua con una tavola da surf mi spaventava molto. Il coraggio e l’umiltà vanno a braccetto in questo sport, devi prendere consapevolezza dell’incredibile potere della natura, puoi giocarci, ma rispettandola e non sfidandola mai.
Questa è l’essenza del surf.


(ndr - Scritto dalla nostra Surfista Lea Joan Bass, visitate il suo blog: http://leajoanbass.tumblr.com )

domenica 20 gennaio 2013

"Comincia tutto da Qui" di Arianna Bureca

Sole, Freddo, Tacchi.

Scendo dall'autobus, ho i piedi congelati, inizio a camminare veloce alla ricerca dell'ufficio dove ho il primo colloquio dell'anno nuovo.Questo 2013 promette bene, almeno per ora.Tamigi alla mia sinistra, proseguo dritta.Ipod, cuffiette, 'I follow rivers'.Effettivamente si, sto seguendo il fiume. Cosi come  ho seguito la corrente degli eventi che mi ha portato fino a qui.Mantengo il passo, sorrido, cerco di proseguire dal lato del marciapiede con il sole. Ma non cambia nulla. Secondo me il sole di Londra non funziona. Bisognerebbe darlo indietro, ma so per certo che la garanzia per alcune cose non funziona. Come per i ricordi, le esperienze, la Ryanair e le cose che compri dai cinesi.Tiro su la sciarpa, non fa nulla se chi mi circonda non vede che sto sorridendo. Io lo so.Proseguo dritta a tempo di musica. La mia mente in quel momento era piu preoccupata di una eventuale ibernazione che del colloquio. Numero 110, 108, 106..continuo a camminare.'Chissa' come sara' l'ufficio, il capo, chissa chi mi aprira la porta' mi chiedevo. E poi senza neanche accorgermente eccolo li: il numero 5. Il mio possibile futuro. Il mio scalino in più.Non esitai un secondo. Quello scalino in piu lo feci e mi ritrovai in una Hall di divani in pelle marrone.'Miss Bureca, Mr. Coke is waiting for you'.Wow. Certe cose succedono solo nei film. Mi sono sentita per un attimo la protagonista del Diavolo Veste Prada o qualcosa di simile. Vale la pena vivere all'estero anche solo per provare quella sensazione di completa realizzazione. Completa realizzazione attuata dopo che il posto di lavoro che volevi lo vedi davanti a te, a portata non solo di immaginazione ma anche di mano. Completa realizzazione che avviene quando quel posto ti viene offerto, e tu senti tutta la soddisfazione del mondo nell'avere la possibilita' di accettare o rifiutare.Non diro qui quale e' stata la mia scelta.Posso pero' dire che ho sceso il gradino di quel palazzo del futuro con un sorriso piu' grande di quello che avevo mostrato all'entrata.Sole, Freddo, Tacchi.Ma il freddo non lo sento piu.I tacchi si, su quelli non c'e' speranza.Ricomincio a costeggiare il fiume, mi lascio trasportare di nuovo. E con me anche i miei pensieri, le mie speranze, i miei sogni. Lascio che mi portino altrove, non importa dove. Immagino il futuro.Chissa dove mi portera' questa corrente.Decido di fermarmi un attimo, nonostante in Inghilterra credo non sia legale farlo. Ma tanto in questa citta' nessuno se ne accorgera'.Panchina, Caffe bollente tra le mani, Sole, riflesso del fiume.Mi chiedo come sia arrivata fin qui.Mi chiedo dove arrivero'.A volte e' bello lasciare la vita con i puntini di sospensione.Prendo il telefono, rubrica, chiama. Mi ritrovo a dare ragione a un vecchio amico che mi disse 'la felicita' e' tale solo se condivisa'. Non importa su quale lungomare del mondo tu ti possa trovare, certe persone le porti sempre con te. E saranno in grando di immaginare scene che non hanno vissuto, sorrisi che non hanno visto, speranze che non hanno condiviso.Mi alzo, metto i guanti e mi avvio verso casa. Perche alla fine, qualsiasi siano i tuoi punti di partenza e di arrivo, tutto comincia sempre da li.

"Fuori" di Simone Perotti

Eccoci con il secondo appuntamento con la rubrica di Simone Perotti, presa dal suo fantastico sito internet http://www.simoneperotti.com/


In mare era brutto, questi quattro giorni. Ultima uscita dell’anno, forse, con i Nomadi a Vela, il gruppo con cui organizzo le mie navigazioni. Era brutto, certo… Ma un giorno intero siamo riusciti a navigare: venti-trenta nodi, la barca che correva nel sole e nei colori del Golfo. Che meraviglia. Il resto del tempo abbiamo chiacchierato, mangiato pesce delizioso, fatto festa, dormito. Da soli. A parte un paio di barche qua e là, non c’era nessuno….
Tornando verso casa pensavo che questi giorni somigliano molto alle nostre vite, a quello che facciamo, a come lo facciamo. Piove, forse… c’è vento forte, forse… molte cose potrebbero consigliare di non fare, di desistere, di lasciar perdere… Forse. Oppure no. Oppure che piova o no, che le raffiche siano troppo forti o no, che sulla barca (piccola) ci stiamo in tanti, che non si possa neppure aprire un osteriggio perché diluvia… ecco, tutto questo non è né negativo né positivo, non è in grado di motivare o di dissuadere. Cosa accade a un gruppo di persone che va per mare col brutto tempo?
Accade che per lunghe ore del giorno quasi non ricordano che il tempo è brutto. Accade che preparano cene meravigliose, insieme. Accade che appena c’è uno spiraglio nella meteo, subito schizzano fuori dal porto, perché sono già lì, e allora fanno splendida vela, quasi scuffiano dalla felicità. Accade, soprattutto, che del brutto se ne fregano, perché se la nostra vita fosse decisa da fuori, saremmo spacciati.
Ho pensato che per questa settimana potremmo fare un esercizio: potremmo provare a immaginare che il “fuori” non esista. Che quel fuori è il teatro dove deve agire il nostro “dentro”. Per modificarlo, quel fuori, piegarlo, plasmarlo, forgiarlo, indirizzarlo. Per dirgli che non passerà, che non c’è solo lui, che tra noi e lui, lui è quello che conta di meno. Per non farci contagiare. Non è una grande epoca, vista da “fuori”. Forse da “dentro” è migliore. Buona settimana a tutti.
(ndr - testo di Simone Perotti, sito: http://www.simoneperotti.com/ )

sabato 19 gennaio 2013

"l'Appunto" di Simone Perotti

Oggi per la Nostra Rubrica abbiamo un ospite d'eccezione: Simone Perotti.
Per chi non lo conoscesse, vi invito a leggere qualcosa di lui su Wikipedia (ne vale veramente la pena): http://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Perotti
Per oggi, prendiamo dall'Archivio del suo sito\blog un articolo di Ottobre 2012.


"Prima serata fredda. Sono a casa da due giorni, dopo tanto. Camino acceso. Per me inizia così l’inverno. Quando finirà lo capirò perché non lo sentirò più crepitare. Per qualche giorno soffrirò di solitudine. Appunto: è grave quando ci si fa compagnia con un fuoco?
Tante cose rimaste indietro, tante cose da fare. L’orto è l’unica a posto. Ho cipolle, aglio, finocchi, cavolo nero, insalata (splendida), ancora pomodori, gli ultimi, e poi il fragoleto, spezie di ogni tipo. Le olive vanno in salamoia domani. Poco di tutto, ma per provare. So come sono fatto: su certe cose mi servono anni per imparare. Imparare è una cosa che mi dà un mucchio di soddisfazioni. Appunto: perché mi piace imparare.
Il nuovo libro è in fase di editing. Una fase delicata, non sempre facile. Tempo ce n’è, ma non bisogna sprecarne. Ogni volta che ricevo un pezzo dall’editor inizio subito a lavorare. La mattina presto, ancora buio. La mattina sa di vita. Thoreau, in Walden, scriveva: “Ho infinita speranza nell’alba” e poi “L’arte più degna è influire sulla qualità del giorno”. Io ho più la sensazione che il mattino influisca sulla mia. Tutte le cose migliori le ho pensate prima del sorgere del sole. Appunto: perché la mattina penso e sento di più.
Sto girando intorno a dei progetti che hanno a che fare con il bosco. Il recupero, innanzitutto. La costruzione del sentiero per arrivare al torrente, che in questi giorni urla tumultuoso. Poi tettoie, almeno due. Un sentiero di legno per poter camminare scalzo sotto gli alberi. Negli spazi recuperati alla macchia incolta devo mettere delle istallazioni, sculture, cose che pendono dall’alto o sorgono tra la roccia e i tronchi. Questo bosco deve resuscitare, e poi vivere. Appunto: perché vorrei fare tutto. Da capire bene.
Devo smettere di rispondere alle email, ai messaggi. Non posso più farlo. Mi toglie tanto tempo, e poi ci resto male quando qualcuno mi dice sempre le solite cose. Ne ha diritto, sono io che non capisco. La comunicazione, lo so da tempo, va regolata. Non si può esserci sempre, non si può leggere tutto. Tra libri, pagine di siti e giornali, tra  messaggi, post e email credo di leggere migliaia di pagine al giorno. Bisogna prendere la decisione. Non è priva di sofferenza. Qui, nel silenzio, sembra possibile. Appunto: che ruolo ha la comunicazione, perché mi sta così a cuore.
E poi c’è il resto: il documento sulla politica, che ho in mente; il giro del Mediterraneo in cinque anni; il progetto del barcone; il romanzo su Dragut, che ormai è alle porte; il viaggio che voglio fare… In questi giorni alcune logiche del lavoro mi sono tornate addosso. Che brutto scoprirmi ancora in grado di difendermi. Avrei preferito soccombere, anche se un poco l’ho fatto. In altri tempi non avrei ceduto un millimetro, fino alle estreme conseguenze. Invece ho lasciato, ma solo dopo una reazione. E’ dura togliersi di dosso il pelo. Occuparsi del vizio è stato più semplice. Appunto: fare più attenzione, in futuro.
Ho parlato con qualche amico che lavora, gente della vita di prima, ex colleghi. Li ho trovati stanchi, affranti, preoccupati, senza vita. Le cose, a quel che mi dicono loro, stanno peggiorando nelle aziende. Mi chiedo quanto resisteranno, cosa sarà di loro. Le cose cambiano velocemente, stanno correndo verso l’ultimo nodo. Appunto: occuparmi di loro, di tanto in tanto.
Domani però non farò niente di tutto ciò. Domani dipingo un’asse sotto al lavabo, col bianco da barche. Mi voglio sedere per terra, con un po’ di musica, e lavorare lentamente. Poi voglio fare una crostata, in quella di stasera non ho messo il burro, ed è venuta dura. E basta. In tutto il giorno solo queste due cose. Per domani, nessun appunto."
(ndr - Scritto da Simone Perotti  http://www.simoneperotti.com/ )