I Francesi, d'inverno, hanno il naso rosso dal freddo. Ecco come distinguerli. Il freddo, il vento e la pioggiarellina fina ed insidiosa, sono quei compagni di viaggio che ti accompagnano ogni volta che arrivi in Francia.
Vi dirò di piu; un giorno di sole, a Parigi, non ti fa godere la città nello stesso modo in cui te la goderesti con la pioggia, la corsa da un riparo all'altro che comunque non ti tiene bloccato in casa, in hotel.
Perché? Perché la Francia è cosi, è bella uggiosa.
Anche a Montmartre oggi si respirava un aria decisamente di festa, sarà stato il sole e la totale mancanza di nuvole. Un tizio con chitarra e amplificatore intrattiene tutta la piazza intonando canzoni internazionali.
Continuo a fotografare la gente che mi circonda. Questo nuovo lavoro mi piace davvero, e spero di stare solo all'inizio.
Vengo distratto nuovamente dal cantante di strada. Un ragazzo di colore ha preso in mano il suo microfono e insieme cantano a squarciagola "No woman no cry" di Bob Marley.
C'é ancora piu allegria in questo momento, rido anch'io.
Adoro anche questo di Montmartre e di quello che lo circonda.
Si respira arte in ogni angolo, di qualsiasi tipo.
Persino gli insistenti caricaturisti per strada ci stanno bene.
Dovrebbero farla piu lunga la Funicolare e saltare direttamente l'odiosa Pigalle.
Oggi ero contento, mi sono fatto fare anche un bracciale della "fortuna" da un simpatico africano di nome "Giallo", o almeno cosi diceva che era la sua traduzione in italiano del proprio nome.
Mentre intreccia fili colorati, continua a ripetere la frase "Hakuna Matata". Impossibile perderselo.
Mentre finisce di fare il suo lavoro mi racconta che è andato via dall'Africa perché i suoi genitori non volevano che finisse in miseria nel suo paese d'origine ma che tentasse la fortuna altrove.
si trasferì a Parigi dopo una piccola permanenza a Barcellona. Non so quanto era vera la sua storia, ma i suoi occhi erano tristi e quei 3€ se li è meritati. Forse era solo un trucco, ma io preferisco pensare il contrario.
Torno al mio lavoro, troppe distrazioni oggi e mi mancano piu di 300 foto per la consegna.
Maledizione.
Cambiamo zona, qui ci si riposa, non si lavora.
Metro. George V, Champs Elyseess. E qui, via a fare foto a go-go.
lunedì 28 gennaio 2013
"Trocadéro, grazie." di Edoardo Massimo Del Mastro
La stanchezza del giorno prima si fa sentire. La svegli alle 4 di mattina, l'aereo, l'autobus, la pioggia, la seratanallo stadio.
Ma non posso privarmi di questo appuntamento speciale.
Sveglia alle 6:30, doccia, colazione abbondante, sistemo accorutamente il mio unico bagaglio. Mi guardo intorno nella stanza d'hotel sperando di non lasciare nulla.
Pago il conto, penso che 14€ per una colazione in hotel composta da qualche cornetto, pane, marmellate varie, qualche prodotto che penso stia sopra quel mobile da mesi, siano decisamente troppi. E non parliamo di "Caffè" perché ci sarebbe da ridere.
Il tizio nella hole dell'hotel mi saluta con un grande sorriso, mi chiede se necessito di un taxi. Gli rispondo di no, prendo la metro.
La bellezza di Parigi raggiunge il suo picco massimo quando si guarda l'alba da Trocadéro. Qui sembra che tutto gli è dovuto. Non voglio esagerare ma penso sia uno dei spettacoli piu belli che abbia mai visto in vita mia.
In questo momento siamo solo io e un altro ragazzo. Un altro fotografo.
Lo vedo sistemare con cura il cavalletto, ci muoviamo quasi in simbiosi.
Piazziamo la fotocamera verso lo stesso punto, alziamo le gambe del cavalletto alla stessa altezza. Sembra quasi che uno dei due stiamo copiando l'altro.
Il sole si nasconde timido dietro le (stranamente poche) nuvole parigine.
Nella penombra, con le nuvole che filtrano i raggi del sole, scatto probabilmente una delle foto più belle che io abbia partorito.
Non è piu una, sono due, tre. Escono fuori una decina di capolavori.
E per dirmelo da solo, vuol dire che ne sono estremamente convinto.
Chissà se anche il ragazzo vicino a me abbia scattato le stesse foto, e chissà se è eccitato come me nel vederle successivamente su uno schermo piu grande.
Si, eccitamento.
Perché e questo quello che si prova dentro quando si scattano delle foto, quando hai passione, quando ad ogni scatto dedichi tempo e concentrazione.
Il ragazzo si è allontanato, e con l'arrivo di un grande gruppo di turisti giapponesi, vado via anch'io. Cerco di stare il piu possibile lontano da loro quando scatto fotografie. Non è razzismo.
Li vedo solo come un barattolo di colore marrone che cade sopra una tela di Caravaggio. La loro è una gara a chi scatta piu foto, e chi si fa la foto con il monumento alle spalle con la faccia piu idiota.
Sistemo accorutamente le mie cose, il cavalletto, lego di nuovo la macchina fotografica intorno al mio collo.
Metropolitana, prossima fermata, prossimo scatto.
Grazie Trocadéro.
Ma non posso privarmi di questo appuntamento speciale.
Sveglia alle 6:30, doccia, colazione abbondante, sistemo accorutamente il mio unico bagaglio. Mi guardo intorno nella stanza d'hotel sperando di non lasciare nulla.
Pago il conto, penso che 14€ per una colazione in hotel composta da qualche cornetto, pane, marmellate varie, qualche prodotto che penso stia sopra quel mobile da mesi, siano decisamente troppi. E non parliamo di "Caffè" perché ci sarebbe da ridere.
Il tizio nella hole dell'hotel mi saluta con un grande sorriso, mi chiede se necessito di un taxi. Gli rispondo di no, prendo la metro.
La bellezza di Parigi raggiunge il suo picco massimo quando si guarda l'alba da Trocadéro. Qui sembra che tutto gli è dovuto. Non voglio esagerare ma penso sia uno dei spettacoli piu belli che abbia mai visto in vita mia.
In questo momento siamo solo io e un altro ragazzo. Un altro fotografo.
Lo vedo sistemare con cura il cavalletto, ci muoviamo quasi in simbiosi.
Piazziamo la fotocamera verso lo stesso punto, alziamo le gambe del cavalletto alla stessa altezza. Sembra quasi che uno dei due stiamo copiando l'altro.
Il sole si nasconde timido dietro le (stranamente poche) nuvole parigine.
Nella penombra, con le nuvole che filtrano i raggi del sole, scatto probabilmente una delle foto più belle che io abbia partorito.
Non è piu una, sono due, tre. Escono fuori una decina di capolavori.
E per dirmelo da solo, vuol dire che ne sono estremamente convinto.
Chissà se anche il ragazzo vicino a me abbia scattato le stesse foto, e chissà se è eccitato come me nel vederle successivamente su uno schermo piu grande.
Si, eccitamento.
Perché e questo quello che si prova dentro quando si scattano delle foto, quando hai passione, quando ad ogni scatto dedichi tempo e concentrazione.
Il ragazzo si è allontanato, e con l'arrivo di un grande gruppo di turisti giapponesi, vado via anch'io. Cerco di stare il piu possibile lontano da loro quando scatto fotografie. Non è razzismo.
Li vedo solo come un barattolo di colore marrone che cade sopra una tela di Caravaggio. La loro è una gara a chi scatta piu foto, e chi si fa la foto con il monumento alle spalle con la faccia piu idiota.
Sistemo accorutamente le mie cose, il cavalletto, lego di nuovo la macchina fotografica intorno al mio collo.
Metropolitana, prossima fermata, prossimo scatto.
Grazie Trocadéro.
domenica 27 gennaio 2013
"Anziana Signora" di Edoardo Massimo Del Mastro
Le ansie che precedono un volo sono sempre le stesse: ho messo tutto nella borsa? Peserà troppo il mio bagaglio? Se arrivo troppo tardi e mi chiudono il gate d'imbarco in faccia?
Forse perché mi sono già scottato con queste fiamme.
Procede tutto per il verso giusto, cominci a sentire la mancanza delle persone a te care.
In questo momento sento terribilmente la mancanza di mio figlio, vorrei abbracciarlo forte. "Sono solo due giorni". Continuo a ripetermelo nella mente; "Domani sera sarai di nuovo su questo aereo per tornare a casa".
Dovevo fare questo viaggio, dovevo vivere anche quest'esperienza.
Dovevo dare modo alla mia vita, a me stesso, di non rinunciare ai miei sogni, di seguire quel bagliore ancora distante da me che però continua a brillare. Io lo vedo e fa una luce accecante. Non voglio rinunciare al mio sogno, al lavoro che potrebbe segnare una svolta nella mia vita. Anche se tutto questo mi porterà a rinunciare a molte cose, voglio credere ad un futuro migliore. "Il primo passo per realizzare un sogno e crederci. Il secondo è continuare a crederci finché non lo vedrai realizzato".
L'aereo svolta leggermente a destra. Il panorama è fantastico come sempre, anzi in questo periodo lo è di piu. Paesaggi innevati, il tramonto che viene fuori timido, con i suoi caldi colori. Una coppia francese al mio fianco dorme paciosamente. Lei si è addormentata con un libro turistico di Roma in mano, lui continua a respirare in modo decisamente fastidioso, tirando sul col naso un raffreddore coltivato nella mia città.
Mi piace osservare le persone che mi circondano in aereo. Mi chiedo perché sono in viaggio, se per lavoro, per piacere, per andare a trovare un amico, un parente...
Un anziana signora ha colpito la mia attenzione in particolare. Non parla italiano e tiene stretto in mano da quando l'ho vista, nella coda per il check-in, il suo foglio d'imbarco e la patente. Avrà intorno ai 65, forse 70 anni. Si guarda intorno come un bambino, come se fosse la prima volta che viaggia in aereo. La sua incolumità mi trasmette molta tenerezza, ha lo sguardo triste, non voglio pensare a quale sia il motivo del suo viaggio perché mi verrebbero in mente solo cose negative. Voglio invece pensare che sta andando a trovare suo figlio, trasferitosi da anni nella capitale francese, che magari ha avuto una bellissima bambina dall'amore della sua vita incontrata per caso in una caffetteria di Montmatre. Ecco, così va decisamente meglio.
La mia concentrazione viene interrotta dall'avviso dalla cabina di mettere la cintura di sicurezza. Stiamo per atterrare all'aeroporto di Parigi-Beauvais.
Buon viaggio anziana e tenera Signora.
Forse perché mi sono già scottato con queste fiamme.
Procede tutto per il verso giusto, cominci a sentire la mancanza delle persone a te care.
In questo momento sento terribilmente la mancanza di mio figlio, vorrei abbracciarlo forte. "Sono solo due giorni". Continuo a ripetermelo nella mente; "Domani sera sarai di nuovo su questo aereo per tornare a casa".
Dovevo fare questo viaggio, dovevo vivere anche quest'esperienza.
Dovevo dare modo alla mia vita, a me stesso, di non rinunciare ai miei sogni, di seguire quel bagliore ancora distante da me che però continua a brillare. Io lo vedo e fa una luce accecante. Non voglio rinunciare al mio sogno, al lavoro che potrebbe segnare una svolta nella mia vita. Anche se tutto questo mi porterà a rinunciare a molte cose, voglio credere ad un futuro migliore. "Il primo passo per realizzare un sogno e crederci. Il secondo è continuare a crederci finché non lo vedrai realizzato".
L'aereo svolta leggermente a destra. Il panorama è fantastico come sempre, anzi in questo periodo lo è di piu. Paesaggi innevati, il tramonto che viene fuori timido, con i suoi caldi colori. Una coppia francese al mio fianco dorme paciosamente. Lei si è addormentata con un libro turistico di Roma in mano, lui continua a respirare in modo decisamente fastidioso, tirando sul col naso un raffreddore coltivato nella mia città.
Mi piace osservare le persone che mi circondano in aereo. Mi chiedo perché sono in viaggio, se per lavoro, per piacere, per andare a trovare un amico, un parente...
Un anziana signora ha colpito la mia attenzione in particolare. Non parla italiano e tiene stretto in mano da quando l'ho vista, nella coda per il check-in, il suo foglio d'imbarco e la patente. Avrà intorno ai 65, forse 70 anni. Si guarda intorno come un bambino, come se fosse la prima volta che viaggia in aereo. La sua incolumità mi trasmette molta tenerezza, ha lo sguardo triste, non voglio pensare a quale sia il motivo del suo viaggio perché mi verrebbero in mente solo cose negative. Voglio invece pensare che sta andando a trovare suo figlio, trasferitosi da anni nella capitale francese, che magari ha avuto una bellissima bambina dall'amore della sua vita incontrata per caso in una caffetteria di Montmatre. Ecco, così va decisamente meglio.
La mia concentrazione viene interrotta dall'avviso dalla cabina di mettere la cintura di sicurezza. Stiamo per atterrare all'aeroporto di Parigi-Beauvais.
Buon viaggio anziana e tenera Signora.
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venerdì 25 gennaio 2013
"LOND-ON" di Arianna Bureca
Spegni la noia, abbandona gli agganci, lascia in disparte il pessimismo, chiudi nel cassetto la timidezza.
Accendi il cervello, prendi in mano la tua vita, crea legami, abbraccia il nuovo e fa in modo che la speranza muoia per ultima.
Londra e’ cosi. Non dorme. Non si riposa. Ma soprattutto, ti da la possibilita di essere chi vuoi quando vuoi.
No matter where you live, no mattere what you wear, no matter who you are. Presentati come nuovo. Sempre.
Camicia Bianca cucita ieri sera, giacca beige, stivali bassi abbinati.
Saro’ adeguata al colloquio? Boh, non so. Andiamo.
Indosso il mio sorriso migliore e esco.
Fa freddo, come sempre.
Entro in bus e inizio a rivedere le possibili risposte alle possibili domande. Tutto un gioco di possibilita’. Da cogliere al volo.
Entro in ufficio. Cavolo, potrebbe essere l’ufficio dove lavorero’ in futuro. Piante curate, ragazzi in giacca e cravatta, odore piacevole.
Tengo il tempo della musica in sottofondo e salgo al terzo piano.
Reception. Hi, I’m Arianna, I have an interview with..
Ok.
Ci siamo.
Ancora una volta.
Sorrido, serena, entro.
E’ incredibile la capacita che ha l’uomo di dare il meglio di se’ nelle situazioni che lo richiedono. Come e’ incredibile la capacita che Londra ha di farti sentire capace di poter arrivare ovunque. Voglia di re-inventarsi.
Bene.
Rimarranno 8 su 50 di noi. Lo sapro oggi alle 4. In caso di risposta positiva, lunedi ci sara la seconda prova in cui rimarranno solo 5. Cinque ragazzi fortunati.
O forse no.
Cinque ragazzi validi, intelligenti, che sono disposti a mettere in gioco tutto pur di inseguire un sogno. In linea teorica gia’ mi sento tra loro. In linea teorica.
Esco, mi copro, corro a pranzo con un amico.
15.59. Inizio a prendere il telefono in mano.
Vi ricordate quel ragazzo che vi piaceva tanto? Ricordate come aspettavate che vi chiamasse guardando continuamente il telefono? Bene. Ora moltiplicatelo per 10. L’attesa e’ snervante. I minuti sono ore. Ogni battito della lancetta e’ un battito del cuore.
Continuo a girare per negozi.
16.30 e 10% di batteria. Odio il mio essere ottimista. Odio essere convinta del fatto che mi chiameranno, del fatto che a breve questo telefono squillera’. Londra mia, perche mi riempi di ottimismo, perche mi riempi di speranze, mi fai sentire forte e poi mi butti giu? Beh, forse anche questo e’ necessario. Prendere le porte in faccia. La prossima volta andra’ meglio Arianna. Ripetilo, ripetiti che andra’ meglio.
16.45. Ring ring.
Vi ricordate quell messaggio che rompeva l’attesa della chiamata? Vi ricordate quella vostra amica che vi scriveva per sapere se il vostro lui vi aveva chiamato? Bene. In questo caso a rompere il ghiaccio e l’attesa e’ stata una signorina addetta ai sondaggi. Una signorina che credo ricordero e malediro’ per il resto dell’anno.
17.11. 5% di batteria.
Le speranze si stanno spegnendo, per ultime insieme al mio telefono. Decido in questi ultimi 15 minuti di batteria di sentire la musica mentre mi provo un paio di scarpe decisamente belle. Noi donne siamo fatte cosi, per alleviare un dolore ci affidiamo allo shopping. Funziona sempre.
Tacco nero, largo, camoscio. Belle, sono mie. Vado a pagare e esco dal negozio canticchiando ‘The drugs don’t work’.
Le droghe non funzioneranno pure, ma il mio telefono ancora si.
Squilla.
Sono loro.
Congratulations, see you on Monday.
Non ci credo.
Rimango immobile, in mezzo alla strada, sorrido.
Si spegne il telefono, si spegne la musica, ma le mie speranze quelle no. Erano rimaste accese, ON. E sono state premiate.
Incredula. Londra, non ti smentisci mai.
Sei una grande maestra di vita.
Mi hai insegnato che questo e’ il momento di Prendere, e Pretendere. Se non dagli altri almeno da se’ stessi.
Mi hai insegnato ad essere impegnata e non impegnativa. Articolata e non complicata. Incasinata e non impacciata.
Mi hai insegnato che bisogna credere in se stessi per andare Avanti, che bisogna lottare per ci’o che si vuole, che bisogna mettersi in gioco per riuscire.
Mi hai insegnato che noi siamo molto piu precari dei nostri contratti di lavoro.
Sei cosi.
Sei capace di regalare sogni a chi ti vive, affinche’ non ne rimanga mai a corto. Sei capace di formare caratteri. E come dice Eraclito il carattere di un uomo e’ il suo destino.
Io credo in te.
E tu mi dai modo di credere fermamente in me oltre che nell'efficacia terapeutica degli amici, del sesso, del mare, del vento, del sole, dello shopping. Ah, per chi si chiedesse che fine avessero fatto le scarpe della delusione, le sto indossando ora. Per andare a festeggiare.
Yes you can,
Yes we can,
Yes week-end,
Come-ON.
(ndr- Testo di Arianna Bureca, visitate anche il suo blog: http://ariannabureca.blogspot.co.uk/)
mercoledì 23 gennaio 2013
"Tube Love" di Arianna Bureca
Le cose si rompono in continuazione. Bicchieri, piatti, unghie, promesse, cuori, coglioni. Questa volta si e’ rotta la metro. Per fortuna.Sguardi fugaci, veloci, vite che si incontrano e si scontrano in un battito di ciglia. In un battito di cuore. Tra una metro e l’altra, un binario e quello successivo, un posto a sedere a quello a fianco. Quante volte guardando il ragazzo o la ragazza davanti a te l’hai trovato attraente in maniera imbarazzante. Quante volte hai cercato lo sguardo del tuo vicino in bus, in aereo, in treno. Quante volte hai incrociato sguardi belli, tristi, coinvolgenti, pieni di vita o semplicemente stanchi. Quante volte avresti voluto trascinare quello sguardo fino a casa, perderlo di vista mentre gli occhi si chiudevano abbracciati dalle palpebre, per poi rivederlo sotto un’ottica tutta diversa, sotto un’altra luce. Magari quella della mattina dopo.Questa volta ho deciso di sostenerlo, quello sguardo. Non ho lasciato che le cose perdessero di colore in balia della velocita’ della vita londinese. Perche’ nulla avviene totalmente per caso, o almeno credo. Quindi quando ho visto un bel ragazzo, dagli occhi marroni, che si avviava verso la terza carrozza del treno, ho deciso di seguirlo. I nostri sguardi si sono incrociati, non ho girato la testa, neanche una volta. Mi sono detta: vediamo che succede se per una volta tengo il gioco, vediamo che succede se per oggi lascio fare al caso. E’ successo che ho un numero in piu’ sulla rubrica del telefono e un appuntamento in settimana a cena.Ma non con lui. Le cose non vanno mai come ti aspetti, ed e’ incredibile come sia romanticamente imprevedibile la vita. Quando sono entrata nella carrozza del ragazzo, ho visto che non c’erano posti a sedere e quindi mi sono spostata in quella precedente. Sicura di aver perso la mia possibilita' di rimorchio della giornata, mi metto a leggere un fascicolo di lavoro. Eppure, c’era qualcosa che mi distraeva. Sentivo gli occhi puntati, ma non capivo da dove venisse lo sguardo che cercavo. Poi alzo lo testa, e tra la gente c’era una donna incinta che mi guardava. Le ho ceduto il posto. E ho continuato a leggere serenamente in piedi il mio fascicolo.Ma nulla, c’era ancora qualcosa che mi distraeva. La metro era piena, e non riuscivo a capire da chi mi sentissi osservata. Finche’ abbassando lo sguardo sul fascicolo lo vedo. E’ lui. Un ragazzo biondo, con il North Face nero e i jeans chiari. Mi guardava e sorrideva. Ed e’ stato in quel momento, quando ormai non pensavo più all’incrocio di sguardi da film, che si e’ alzato il signore seduto vicino a lui e il ragazzo ha fatto segno di sedermi al suo posto.
Non c’e’ bisogno di raccontare il resto. Le cose hanno un proprio corso che non si puo’ governare. Ma non smettero’ mai di raccontare quanto sia bello continuare a stupirsi di se’, della vita, del caso. Ammesso che questo esista.In fin dei conti, quindi, oltre ad essersi rotta la metro che mi ha permesso di prendere il treno successivo, quest’oggi si e’ rotta anche un’altra cosa. La mia attesa.
(ndr - Testo di Arianna Bureca dalla sua Rubrica Londinese)
lunedì 21 gennaio 2013
"PortugaI-Love-You-Twice." di Lea Joan Bass
La decisione di andare a surfare le onde portoghesi nacque per disperazione. Era in progetto un Bali, in Indonesia. SOLD OUT. Ad oggi mi sento di dire “Overbooking sempre sia lodato”!
Mia mamma mi ha sempre detto “Niente viene per niente”, e così è stato.
Avendo prenotato il tutto in fretta e furia decidemmo di appoggiarci ad un surfcamp presso una tra le prime 5 riserve naturali al mondo per il surf: Praia de Ribeira D’Ilhas, a pochi passi da Ericeira.
Il surfcamp di Ribeira era fantastico, aveva tutto, tanti bungalow, tende, amache, ristorante, bar, negozio, e uno spazio verde gigante dove ospitava ogni notte concerti e feste, credetemi una meraviglia.
Tornai a casa malvolentieri, ero stata veramente bene, avevo surfato onde tonde e lunghe, ma il freddo in acqua e fuori era qualcosa di incredibilmente inaspettato.
Decisi di ritornare, e questa volta fu quella definitiva, al punto di spingermi a cercare una casa e a pensare seriamente se salire sull’aereo di ritorno.
Dieci ore prima del mio volo, scoprii che il camp di Ribeira era stato demolito. Il panico, credetemi il panico e la morte nel cuore!
Chiamai telefonicamente Tiago, il quale mi disse di non preoccuparmi e che mi avrebbe spiegato appena arrivati ad Ericeira.
“You have to pay if you destroy”. Lessi questo scritto su un muro adiacente al camp. Ingiusto, ciò che avevano fatto era ingiusto. Non sto a spiegarvi, ma sappiate che il lavoro di anni che ha fruttato molto a tutti, proprietari, gestori e ospiti è andato in fumo per colpa di alcune leggi fatte proprio a ca**o! Il dispiacere e la rabbia non è descrivibile.
Alloggiammo all’Ericeira Hostel, una surfhouse veramente fantastica! Ho passato li veramente con gioia quei giorni. Ci trovavamo nel pieno centro di Ericeira, a pochi passi da locali e ristoranti. Nella sfortuna e nell’ingiustizia che ha toccato il surfcamp di Ribeira D’Ilhas ci siamo ritrovati in un posto favoloso, e siamo stati accolti con lo spirito che contraddistingue quella gente, mi sentivo a casa.
Il colpo di fulmine avvenne il terzo giorno. Una vera e propria magia.
Ero in acqua, marea bassa, oceano ritirato di oltre 200 metri, una camminata sulle lastre di roccia che qualche ora prima caratterizzavano il fondale e via, pancia sulla tavola e una remata senza affanno su un’acqua calma al punto da sembrare olio.
Mi chiedevo se qualche onda sarebbe arrivata. Si lasciano desiderare, ma quando arrivano sono impeccabili.
Attendere le onde è la parte più bella per quella che è la mia concezione del surf.
Silenzio, quasi assordante come quello delle montagne, leggero rumore dell’acqua che sbatte sulla tavola, una leggera brezza, un oceano calmo tutto intorno, con un sole rosso che si accingeva a calarsi in acqua, uno schermo tridimensionale che racchiudeva il film più bello mai visto.
Spensieratezza, libertà, mi sentivo pulita da ogni dispiacere che contaminava la mia mente. Mi girai per guardare la spiaggia, e senza vergogna ammetto di aver avuto le lacrime agli occhi da un’emozione fortissima che mi suscitò quel panorama così suggestivo. Tutta la montagna che colava a picco sul mare era illuminata dalla luce arancione del sole, che faceva scintillare lo strato di alghe verde smeraldo del fondale scoperto grazie alla marea. La sabbia giallo ocra, un mare liscissimo in cui potevo specchiarmi e lei, che avanzava alle mie spalle, un’onda così liscia che sembrava essere di velluto, che mi ha accompagnato con dolcezza fino alla riva, facendomi salire e scendere sulla sua parete, accarezzarne la cresta e farmi sentirmi la persona più felice al mondo.
Quando penso a questo viaggio mi vengono in mente 5 aggettivi: amore, amicizia, passione, coraggio e umiltà
Amore, nei confronti di una persona che non dimenticherò mai.
Amicizia, un legame profondo con molte persone, tra cui una ragazza turca con la quale stiamo programmando un viaggio in Marocco a caccia di onde, naturalmente.
Passione, quella che ha fatto si che il surf fosse la mia filosofia di vita.
Coraggio e umiltà, quelli che devi sempre dimostrare quando sei a cospetto della natura in una delle sue forme più meravigliose. Pochi mesi prima avevo perso una persona molto importante a causa della sua sfida incosciente lanciata all’oceano, e ammetto che la voglia di entrare in acqua con una tavola da surf mi spaventava molto. Il coraggio e l’umiltà vanno a braccetto in questo sport, devi prendere consapevolezza dell’incredibile potere della natura, puoi giocarci, ma rispettandola e non sfidandola mai.
Questa è l’essenza del surf.
(ndr - Scritto dalla nostra Surfista Lea Joan Bass, visitate il suo blog: http://leajoanbass.tumblr.com )
domenica 20 gennaio 2013
"Comincia tutto da Qui" di Arianna Bureca
Sole, Freddo, Tacchi.
Scendo dall'autobus, ho i piedi congelati, inizio a camminare veloce alla ricerca dell'ufficio dove ho il primo colloquio dell'anno nuovo.Questo 2013 promette bene, almeno per ora.Tamigi alla mia sinistra, proseguo dritta.Ipod, cuffiette, 'I follow rivers'.Effettivamente si, sto seguendo il fiume. Cosi come ho seguito la corrente degli eventi che mi ha portato fino a qui.Mantengo il passo, sorrido, cerco di proseguire dal lato del marciapiede con il sole. Ma non cambia nulla. Secondo me il sole di Londra non funziona. Bisognerebbe darlo indietro, ma so per certo che la garanzia per alcune cose non funziona. Come per i ricordi, le esperienze, la Ryanair e le cose che compri dai cinesi.Tiro su la sciarpa, non fa nulla se chi mi circonda non vede che sto sorridendo. Io lo so.Proseguo dritta a tempo di musica. La mia mente in quel momento era piu preoccupata di una eventuale ibernazione che del colloquio. Numero 110, 108, 106..continuo a camminare.'Chissa' come sara' l'ufficio, il capo, chissa chi mi aprira la porta' mi chiedevo. E poi senza neanche accorgermente eccolo li: il numero 5. Il mio possibile futuro. Il mio scalino in più.Non esitai un secondo. Quello scalino in piu lo feci e mi ritrovai in una Hall di divani in pelle marrone.'Miss Bureca, Mr. Coke is waiting for you'.Wow. Certe cose succedono solo nei film. Mi sono sentita per un attimo la protagonista del Diavolo Veste Prada o qualcosa di simile. Vale la pena vivere all'estero anche solo per provare quella sensazione di completa realizzazione. Completa realizzazione attuata dopo che il posto di lavoro che volevi lo vedi davanti a te, a portata non solo di immaginazione ma anche di mano. Completa realizzazione che avviene quando quel posto ti viene offerto, e tu senti tutta la soddisfazione del mondo nell'avere la possibilita' di accettare o rifiutare.Non diro qui quale e' stata la mia scelta.Posso pero' dire che ho sceso il gradino di quel palazzo del futuro con un sorriso piu' grande di quello che avevo mostrato all'entrata.Sole, Freddo, Tacchi.Ma il freddo non lo sento piu.I tacchi si, su quelli non c'e' speranza.Ricomincio a costeggiare il fiume, mi lascio trasportare di nuovo. E con me anche i miei pensieri, le mie speranze, i miei sogni. Lascio che mi portino altrove, non importa dove. Immagino il futuro.Chissa dove mi portera' questa corrente.Decido di fermarmi un attimo, nonostante in Inghilterra credo non sia legale farlo. Ma tanto in questa citta' nessuno se ne accorgera'.Panchina, Caffe bollente tra le mani, Sole, riflesso del fiume.Mi chiedo come sia arrivata fin qui.Mi chiedo dove arrivero'.A volte e' bello lasciare la vita con i puntini di sospensione.Prendo il telefono, rubrica, chiama. Mi ritrovo a dare ragione a un vecchio amico che mi disse 'la felicita' e' tale solo se condivisa'. Non importa su quale lungomare del mondo tu ti possa trovare, certe persone le porti sempre con te. E saranno in grando di immaginare scene che non hanno vissuto, sorrisi che non hanno visto, speranze che non hanno condiviso.Mi alzo, metto i guanti e mi avvio verso casa. Perche alla fine, qualsiasi siano i tuoi punti di partenza e di arrivo, tutto comincia sempre da li.
Scendo dall'autobus, ho i piedi congelati, inizio a camminare veloce alla ricerca dell'ufficio dove ho il primo colloquio dell'anno nuovo.Questo 2013 promette bene, almeno per ora.Tamigi alla mia sinistra, proseguo dritta.Ipod, cuffiette, 'I follow rivers'.Effettivamente si, sto seguendo il fiume. Cosi come ho seguito la corrente degli eventi che mi ha portato fino a qui.Mantengo il passo, sorrido, cerco di proseguire dal lato del marciapiede con il sole. Ma non cambia nulla. Secondo me il sole di Londra non funziona. Bisognerebbe darlo indietro, ma so per certo che la garanzia per alcune cose non funziona. Come per i ricordi, le esperienze, la Ryanair e le cose che compri dai cinesi.Tiro su la sciarpa, non fa nulla se chi mi circonda non vede che sto sorridendo. Io lo so.Proseguo dritta a tempo di musica. La mia mente in quel momento era piu preoccupata di una eventuale ibernazione che del colloquio. Numero 110, 108, 106..continuo a camminare.'Chissa' come sara' l'ufficio, il capo, chissa chi mi aprira la porta' mi chiedevo. E poi senza neanche accorgermente eccolo li: il numero 5. Il mio possibile futuro. Il mio scalino in più.Non esitai un secondo. Quello scalino in piu lo feci e mi ritrovai in una Hall di divani in pelle marrone.'Miss Bureca, Mr. Coke is waiting for you'.Wow. Certe cose succedono solo nei film. Mi sono sentita per un attimo la protagonista del Diavolo Veste Prada o qualcosa di simile. Vale la pena vivere all'estero anche solo per provare quella sensazione di completa realizzazione. Completa realizzazione attuata dopo che il posto di lavoro che volevi lo vedi davanti a te, a portata non solo di immaginazione ma anche di mano. Completa realizzazione che avviene quando quel posto ti viene offerto, e tu senti tutta la soddisfazione del mondo nell'avere la possibilita' di accettare o rifiutare.Non diro qui quale e' stata la mia scelta.Posso pero' dire che ho sceso il gradino di quel palazzo del futuro con un sorriso piu' grande di quello che avevo mostrato all'entrata.Sole, Freddo, Tacchi.Ma il freddo non lo sento piu.I tacchi si, su quelli non c'e' speranza.Ricomincio a costeggiare il fiume, mi lascio trasportare di nuovo. E con me anche i miei pensieri, le mie speranze, i miei sogni. Lascio che mi portino altrove, non importa dove. Immagino il futuro.Chissa dove mi portera' questa corrente.Decido di fermarmi un attimo, nonostante in Inghilterra credo non sia legale farlo. Ma tanto in questa citta' nessuno se ne accorgera'.Panchina, Caffe bollente tra le mani, Sole, riflesso del fiume.Mi chiedo come sia arrivata fin qui.Mi chiedo dove arrivero'.A volte e' bello lasciare la vita con i puntini di sospensione.Prendo il telefono, rubrica, chiama. Mi ritrovo a dare ragione a un vecchio amico che mi disse 'la felicita' e' tale solo se condivisa'. Non importa su quale lungomare del mondo tu ti possa trovare, certe persone le porti sempre con te. E saranno in grando di immaginare scene che non hanno vissuto, sorrisi che non hanno visto, speranze che non hanno condiviso.Mi alzo, metto i guanti e mi avvio verso casa. Perche alla fine, qualsiasi siano i tuoi punti di partenza e di arrivo, tutto comincia sempre da li.
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